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Psichiatria e giustizia, una strada per superare le criticità delle Rems

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Medici e Magistrati a confronto al convegno organizzato a Roma da Motore Sanità. Il CePAC diventa un modello nazionale per gestire gli autori di reato con malattie psichiatriche dopo la chiusura degli OPG.

 

Superare le criticità emerse dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), tagliando le liste d’attesa per l’ingresso nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) e garantendo al contempo un equilibrio tra le esigenze di cura individuale degli autori di reato e di sicurezza della collettività. Assicurando una maggiore capacità di accoglienza da parte del territorio a coloro che siano sottoposti a misure di sicurezza, ma anche fornendo cure all’esterno nelle comunità terapeutiche alle persone detenute con patologie psichiatriche o con “doppia diagnosi” dovuta a una dipendenza. Sono queste le priorità emerse il 7 maggio nel convegno “Psichiatria e Giustizia al servizio della società” organizzato da Motore Sanità all’Hotel Nazionale di Roma in collaborazione con il Centro per la Profilazione ed Analisi Criminologica (CePAC). Proprio in questo contesto si inserisce il progetto pilota veneto del CePAC che ora diventa un modello per le altre Regioni, proponendosi come ponte tra le diverse realtà sanitarie e giudiziarie che facilita la comunicazione e la cooperazione tra i vari attori coinvolti.

LA SITUAZIONE ATTUALE: LUNGHE LISTE D’ATTESA PER LE REMS

Secondo i dati del Sistema informativo per il monitoraggio del superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (SMOP), al 31 dicembre 2022, i pazienti totali presenti nelle 33 Rems sul territorio nazionale erano 592 (521 uomini (88%) e 71 donne (12%), di cui 131 stranieri, ma ad oggi sono ancora centinaia le persone in attesa di entrare nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, nonostante l’apertura di nuove strutture a gestione privata (2 in Piemonte, 2 in Liguria, una in Calabria, una nelle Marche, una in Puglia e una in Sicilia).

Dopo l’approvazione della legge 81 – ha affermato Felice Alfonso Nava, Direttore UOC Dipendenze Verona dell’Azienda ULSS 9 Scaligera – speravamo che il territorio fosse in grado di assorbire le persone in misura di sicurezza, ma le liste d’attesa continuano a essere troppo lunghe e i bisogni sono aumentati. Per intervenire occorre agire su un triplice binario. Da una parte gestendo le liste d’attesa in maniera appropriata e rapida, cercando di migliorare l’appropriatezza dei percorsi e soprattutto di migliorare anche, attraverso protocolli e intese, la collaborazione fra l’amministrazione della giustizia e la sanità. Il secondo elemento su cui lavorare, per quanto riguarda le Rems, è quello di arrivare a un’offerta, in termini di numero di posti, adeguata e omogenea su tutto il territorio nazionale. Il terzo punto riguarda le persone con una patologia psichiatrica e/o dipendenza (la cosiddetta “doppia diagnosi”), che sono all’interno del carcere. Queste devono avere a disposizione dei luoghi di cura esterna, delle comunità terapeutiche che possano accoglierle anche in misura alternativa di tipo detentivo. E tutto questo ovviamente converge su quello che si sta creando in Veneto con l’esperienza del CePac, un progetto pilota sperimentale che diventa un modello a livello nazionale”.

Premesso che l’inserimento in Rems deve costituire l’extrema ratio, è oggi necessario sia evitare che i soggetti destinatari della misura continuino a restare in carcere, sia velocizzare i progetti terapeutici riabilitativi individualizzati (PTRI) che devono essere redatti dai Dipartimenti di salute mentale competenti, i quali devono definire il percorso di cura e riabilitazione – ha spiegato Giovanni Maria Pavarin, già Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Trieste e Venezia -. È anche utile incrementare le strutture ove sperimentare la libertà vigilata psichiatrica tutte le volte in cui sia possibile un giudizio di attenuazione della pericolosità sociale in considerazione delle garanzie di serietà e affidabilità che devono garantire tali strutture, ancorché gestiti da privati”.

Come spiega Iles Braghetto, Presidente degli Istituti Polesani Ficarolo di Rovigo, “Il CePAC è una struttura sanitaria ma non è una struttura di cura o residenziale ma di profilazione. L’obiettivo è rispondere alle criticità, emerse negli anni, in merito all’attività peritale e rendere sempre più appropriato l’inserimento delle persone in Rems o nelle strutture territoriali. Il CePAC si propone come possibilità ed occasione per avviare un proficuo dialogo tra mondo della giustizia e mondo della psichiatria affinché alle persone venga offerta la possibilità di una proposta appropriata al bisogno che manifesta. L’attività di profilazione mira esattamente a mettere in condizione la persona di attivare percorsi di vita rispettosi della sua dignità e della fatica del vivere che la caratterizza”.

IL RUOLO DI RACCORDO DEL CePAC DIVENTA UN MODELLO DA ESPORTARE

La Regione Veneto ha affidato agli Istituti Polesani l’ “Attivazione di una struttura sperimentale residenziale idonea per l’applicazione della libertà vigilata “residenziale” (art.228 cp), ovvero per gli arresti domiciliari in luogo di cura (art.284 cpp) per pazienti psichiatrici autori di reato, finalizzata a garantire, laddove necessario, un adeguato approfondimento giuridico-forense per supportare le decisioni della magistratura competente.

E’ il Centro di profilazione e analisi criminologica (CePAC), un progetto unico in Italia che si propone di: attuare il principio dell’accoglienza in Rems come extrema ratio in attuazione della Legge 81/2014, attraverso un percorso residenziale di profilazione e analisi criminologica; contribuire alla riduzione delle liste d’attesa attraverso una maggiore appropriatezza degli invii in Rems; qualora non siano disponibili posti in Rems, favorire il raccordo con la Magistratura competente al fine di permettere una periodica, stringente, revisione della situazione clinica dei soggetti in attesa di internamento; favorire il raccordo operativo con i Dipartimenti di salute mentale, titolari della presa in carico, qualora da questi venga sollecitata la necessità di rivalutazione della pericolosità sociale ai fini della eventuale revoca o sostituzione della misura di sicurezza detentiva; favorire la rivalutazione della pericolosità sociale e individuare e favorire il percorso dei servizi territoriali.

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