di Ilaria Solazzo
Michele Spanu e “Kaal – Il figlio della pietra”: nella Sardegna del VI secolo a.C., un romanzo d’esordio trasforma il mito in una domanda sul presente, sull’identità e sul coraggio di diventare adulti.
Ci sono luoghi che non hanno bisogno di raccontarsi. Restano immobili, apparentemente indifferenti al passaggio degli uomini, mentre il tempo consuma le generazioni e cambia il significato delle cose. La Sardegna è anche questo: una terra nella quale la pietra non rappresenta soltanto il paesaggio, ma una forma di memoria. Nuraghi, bronzetti, rocce e boschi custodiscono le tracce di civiltà che continuano a interrogare chi le osserva. È da questa materia antica che prende forma Kaal – Il figlio della pietra, il romanzo d’esordio di Michele Spanu, pubblicato nel 2025 da Edizioni Jolly Roger.
La storia ci conduce nel VI secolo avanti Cristo, in un’isola attraversata da tensioni e trasformazioni, mentre l’arrivo dei Cartaginesi contribuisce a modificare gli equilibri esistenti. Ma la ricostruzione di un mondo lontano non esaurisce l’ambizione narrativa dell’autore. Il passato diventa il terreno sul quale misurare una questione che appartiene anche al nostro tempo: che cosa succede a un ragazzo quando il mondo nel quale dovrebbe trovare il proprio posto comincia a cambiare prima ancora che lui abbia imparato a conoscersi?
Kaal è il centro di questa inquietudine. Non è un eroe costruito per offrire al lettore una figura rassicurante, sempre pronta a trovare la risposta giusta. È un giovane attraversato da paure, incertezze e contraddizioni. Deve affrontare circostanze che superano la sua esperienza, cercando di comprendere chi sia mentre ciò che lo circonda mette in discussione ogni certezza. La sua forza non consiste nell’essere invulnerabile, ma nella possibilità di cambiare senza arrendersi alle proprie fragilità.
È una scelta narrativa che sottrae il protagonista alla distanza del mito e lo restituisce alla dimensione concreta dell’esistenza. Perché crescere non significa diventare improvvisamente capaci di affrontare tutto. Significa, piuttosto, imparare a riconoscere la paura senza consegnarle il diritto di decidere al nostro posto.
Il coraggio di non avere tutte le risposte
Michele Spanu non aveva iniziato a scrivere con la certezza di arrivare alla pubblicazione. La storia è nata lontano da casa, quando una serie di idee fino ad allora rimaste separate ha cominciato a trovare una direzione comune. La scrittura ha permesso a intuizioni e suggestioni di incontrarsi, trasformandole progressivamente in una vicenda autonoma.
«Quando ho iniziato a scrivere si sono miscelate quasi spontaneamente», racconta l’autore, riconoscendo nella genesi del libro quella componente imprevedibile che spesso accompagna i processi creativi.
Non sempre una storia prende forma perché chi la scrive conosce già il punto d’arrivo. A volte accade il contrario: si comincia per seguire una domanda, e soltanto dopo si comprende quanto quella domanda abbia a che fare con la propria vita. Anche Kaal, in questo senso, sembra custodire qualcosa dell’interiorità del suo creatore. Le sue insicurezze, la sua tenacia e la necessità di trovare una strada restituiscono un’esperienza umana prima ancora che un personaggio d’avventura.
Il romanzo incontra così le inquietudini delle nuove generazioni, chiamate a crescere in un contesto segnato da guerre, crisi economiche e instabilità. Il parallelismo con il presente non richiede di sovrapporre epoche differenti: basta osservare il momento in cui un individuo si trova costretto a costruire la propria identità mentre il mondo gli offre più domande che risposte.
La storia cambia, cambiano le forme dei conflitti e gli strumenti attraverso i quali interpretiamo la realtà. Rimane, tuttavia, la difficoltà di diventare adulti senza sapere con precisione quale futuro ci attenda. Kaal affronta questa soglia con gli strumenti imperfetti di un giovane che deve ancora scoprire le proprie risorse. Ed è proprio questa imperfezione a renderlo credibile.
La Sardegna come coscienza
In Kaal – Il figlio della pietra, la Sardegna non è un fondale dipinto dietro le azioni dei personaggi. È una presenza che partecipa alla narrazione, condiziona gli spostamenti, accompagna le scelte e contribuisce a definire il rapporto degli uomini con il mondo.
Le rocce, i boschi e le testimonianze della civiltà nuragica costruiscono un paesaggio nel quale la natura non è separata dalla vita umana. Gli uomini abitano la terra, ma sono anche abitati da essa: dai suoi confini, dalle sue risorse, dalla sua durezza e dalla possibilità di trovare riparo nei suoi spazi.
Il legame di Spanu con la storia e l’archeologia nasce anche dalla familiarità con un patrimonio che, per chi vive in Sardegna, può apparire quasi ordinario. Un nuraghe appartiene all’orizzonte quotidiano; un bronzetto può sembrare un reperto da osservare in una teca. Eppure, basta fermarsi a guardare per intuire la distanza che ci separa da chi ha costruito, modellato e abitato quel mondo.
Dietro ogni testimonianza materiale esiste un’umanità che non possiamo più interrogare direttamente. Restano gli oggetti, le forme, le tracce. Lo scrittore può partire da questi elementi per immaginare gesti, caratteri e sentimenti, senza pretendere di sostituirsi allo storico. È precisamente in questo spazio, tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo soltanto immaginare, che la narrativa trova una delle sue possibilità più interessanti.
Spanu ha tratto ispirazione anche dai bronzetti nuragici per delineare l’aspetto e la gestualità dei personaggi. Non si tratta di attribuire a quelle piccole figure una verità che non possiedono, ma di utilizzarle come una soglia verso un passato che conserva ancora molte zone d’ombra. L’immaginazione, quando procede con consapevolezza, non cancella il mistero: lo rende narrativamente abitabile.
Il peso delle origini
La pietra evocata dal titolo suggerisce una doppia lettura. È ciò che resiste, ciò che sopravvive al tempo e testimonia la presenza di chi è venuto prima. Ma è anche il simbolo di un’eredità: qualcosa che riceviamo senza averlo scelto e con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti.
Le radici possono offrire stabilità, ma possono diventare un peso quando vengono confuse con un destino immutabile. Appartenere a una terra, a una cultura o a una storia familiare non significa essere obbligati a ripetere il passato. Significa avere a disposizione un patrimonio da comprendere, interrogare e trasformare.
In questa prospettiva, essere figli della pietra non equivale a diventare duri. La solidità non coincide con l’incapacità di cambiare, così come la vulnerabilità non è necessariamente una debolezza. Si può restare fedeli alle proprie origini e, nello stesso tempo, cercare una direzione personale. Si può custodire la memoria senza trasformarla in una prigione.
È un tema che supera i confini dell’isola e raggiunge una società nella quale l’identità viene spesso richiesta come una risposta immediata, definitiva, priva di contraddizioni. La vita, invece, procede per tentativi, deviazioni e ripensamenti. Nessuno diventa davvero se stesso una volta per tutte.
Anche il paesaggio, nel romanzo, contribuisce a questa riflessione. La natura non è soltanto una risorsa da utilizzare, ma una realtà con cui stabilire una relazione. Le rocce e i boschi non obbediscono necessariamente alla volontà umana: impongono limiti, suggeriscono percorsi e ricordano che l’esistenza individuale si svolge dentro un sistema più grande.
In un’epoca abituata a misurare ogni cosa attraverso l’utilità immediata, questa prospettiva invita a recuperare un rapporto meno distratto con i luoghi. La terra non è soltanto ciò che possediamo o attraversiamo. È anche ciò che ci precede e che, in una misura difficile da quantificare, contribuisce a renderci quello che siamo.
Un libro non appartiene più soltanto a chi lo scrive
Il percorso di Kaal – Il figlio della pietra non si è concluso con la stesura del manoscritto. La pubblicazione ha richiesto l’incontro con altre competenze e sensibilità, trasformando un progetto individuale in un’opera destinata ai lettori.
Michele Spanu riconosce il contributo di Marcella Brianda e di BieMme Servizi Letterari, che hanno individuato le potenzialità del testo, e di Giuseppe Fini, che si è occupato dell’editing. Un ruolo importante è stato svolto dall’editore Fabio Gimignani e da Edizioni Jolly Roger, che hanno accompagnato il progetto verso la pubblicazione. A Daniele Sistu è affidato il lavoro illustrativo, chiamato a tradurre in immagini l’universo della storia.
È un aspetto spesso poco visibile a chi apre un libro già stampato: dietro le pagine esiste un lavoro condiviso, fatto di revisioni, confronti e scelte. La voce dell’autore rimane centrale, ma il libro acquista la sua forma definitiva anche grazie a chi contribuisce a riconoscerne le potenzialità e a renderle leggibili.
Per un esordiente, inoltre, pubblicare significa accettare un passaggio delicato. Un personaggio fino a quel momento esistito soltanto nella propria immaginazione comincia a incontrare lettori che non conosciamo. Può suscitare emozioni inattese, essere interpretato da prospettive differenti e assumere significati che non erano stati previsti durante la scrittura.
Da quel momento la storia non appartiene più soltanto a chi l’ha inventata. Diventa uno spazio di confronto tra esperienze diverse, un luogo nel quale l’autore e il lettore possono incontrarsi senza conoscersi.
Spanu guarda al romanzo con l’affetto e l’orgoglio di chi ha portato a termine una prima prova, ma senza considerarla un punto d’arrivo. Un nuovo libro è già in fase di stesura: un’altra epoca, altri personaggi, altre possibilità narrative. Il percorso resta aperto, alimentato dalla volontà di migliorare e di misurarsi con nuove storie.
La memoria non decide il futuro
Pubblicato nel 2025 nella collana Mytikas – Narrativa fantastica di Edizioni Jolly Roger, Kaal – Il figlio della pietra conta 356 pagine ed è proposto al prezzo indicato di 15 euro. Il romanzo si rivolge a chi ama l’avventura, le civiltà antiche e le atmosfere del mito, ma può interessare anche chi cerca nella narrativa uno strumento per interrogarsi sulla crescita e sul rapporto tra passato e presente.
La Sardegna del VI secolo avanti Cristo diventa così il punto di partenza di un viaggio che non riguarda soltanto una terra e la sua storia. Al centro resta un giovane costretto a confrontarsi con un mondo instabile, mentre cerca di capire quale uomo potrà diventare.
È qui che il romanzo trova la sua domanda più attuale. Quanto delle nostre scelte dipende da ciò che abbiamo ereditato? E quanto, invece, nasce dalla capacità di mettere in discussione le convinzioni ricevute, senza rinnegare il luogo dal quale siamo partiti?
Le pietre possono sopravvivere agli uomini, ma non possono scegliere per loro. Conservano le tracce di un’esistenza collettiva, resistono alla dimenticanza e attraversano i secoli. Non conoscono, però, il destino di chi verrà dopo.
Anche le radici funzionano così. Raccontano da dove arriviamo, non stabiliscono necessariamente dove dobbiamo andare. Il passato offre strumenti per comprendere il presente, ma non può sostituirsi alla responsabilità di vivere.
Forse è questo il significato più profondo del viaggio di Kaal: scoprire che il coraggio non consiste nel cancellare la paura, ma nel trovare una direzione nonostante la sua presenza; che le origini non sono una condanna, ma una possibilità; che diventare adulti significa assumersi il rischio di scegliere.
Perché la memoria può indicarci la strada percorsa da chi è venuto prima di noi. Il cammino che resta da fare, invece, appartiene a noi.

In Kaal – Il figlio della pietra la Sardegna del VI secolo avanti Cristo diventa molto più di uno scenario storico. Quanto hanno influito le sue radici e il patrimonio archeologico dell’isola nella costruzione del romanzo?
Le mie radici hanno avuto un ruolo fondamentale. La Sardegna custodisce una storia millenaria che continua a suscitare domande e suggestioni. I nuraghi, i bronzetti e il paesaggio hanno alimentato la mia immaginazione, aiutandomi a delineare personaggi e ambientazioni. Non volevo limitarmi a raccontare un passato lontano, ma provare a restituirgli una dimensione umana, immaginando le emozioni, le paure e le speranze di chi lo ha abitato. La storia e l’archeologia sono state una fonte d’ispirazione, mentre la narrativa mi ha permesso di dare voce a ciò che quelle testimonianze ancora evocano.
Kaal è un giovane che deve affrontare le proprie fragilità in un mondo attraversato da conflitti e trasformazioni. Che cosa può insegnare oggi la sua storia alle nuove generazioni?
Michele Spanu: Credo che Kaal possa ricordarci che il coraggio non significa non avere paura, ma trovare la forza di andare avanti nonostante le proprie insicurezze. Le nuove generazioni si trovano a vivere in un mondo complesso, segnato da incertezze e cambiamenti che spesso sembrano più grandi di loro. Anche il mio protagonista deve imparare a conoscersi mentre tutto intorno a lui si trasforma. Il suo percorso racconta proprio questo: crescere significa accettare di non avere sempre tutte le risposte, imparare dai propri errori e trovare una strada personale senza dimenticare le proprie origini.
Acquistare Kaal – Il figlio della pietra significa intraprendere un viaggio nella Sardegna antica, dove il mito incontra la storia e ogni pagina ci ricorda che conoscere le proprie radici è il primo passo per trovare il coraggio di scrivere il proprio destino.

