di Ilaria Solazzo
C’è un punto, nella nostra epoca, in cui lo sguardo smette di essere relazione e diventa riflesso. È lo spazio luminoso degli schermi, la distanza invisibile tra chi osserva e chi vive, tra chi scorre e chi esiste davvero. È proprio in questa frattura che si inserisce “Vi guardo vivere. Dentro lo schermo”, il terzo romanzo psicologico di Ornella Spagnulo, in uscita il 29 maggio 2026, 154 pagine per un prezzo di copertina di 16 euro edito da Dialoghi Editore. Il link per l’acquisto è questo: https://www.edizionidialoghi.it/negozio/Vi-guardo-vivere-p834471656. Per conoscere approfonditamente l’autrice vi invitiamo a visionare il suo sito web ufficiale: www.ornellaspagnulo.com
Il titolo stesso è una dichiarazione poetica e inquieta: guardare la vita degli altri, senza viverla, senza toccarla. Una postura sempre più diffusa, quasi normalizzata, nell’epoca dei reality, dei social, dell’intrattenimento continuo. Ma Spagnulo, con la sensibilità analitica che ha già caratterizzato le sue opere precedenti, trasforma questo gesto quotidiano in materia narrativa, in interrogativo esistenziale.
Il romanzo segna un’evoluzione significativa nella sua scrittura. Se Maddalena bipolare scavava nelle profondità di una singola coscienza frammentata e Negativi di una relazione inseguiva le ombre di un amore perduto, Vi guardo vivere si apre a una coralità più ampia, quasi teatrale. Non c’è una sola protagonista, ma quattro figure che si rincorrono, si sfiorano, si specchiano l’una nell’altra: Martina, Teresa, Olga e Leonardo.
Martina è il cuore pulsante e fragile del romanzo. Vive ritirata, chiusa in casa, ostaggio di un’ansia che le impedisce il contatto diretto con il mondo. Eppure osserva, con una fame silenziosa, le vite altrui attraverso televisione, cellulare, computer. È spettatrice di un’esistenza che non riesce a incarnare. Il suo sguardo è quello di molti: curioso, dipendente, a tratti disperato.
Accanto a lei si muove Teresa Impaziente, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Una figura che ribalta i cliché: professionista competente ma umanamente incrinata, attraversata da un senso di superiorità verso i pazienti e da una crisi personale che incrina il suo matrimonio. Teresa rappresenta la contraddizione di chi dovrebbe curare e invece, a sua volta, cerca equilibrio.
Olga Serafini introduce un altro livello di riflessione: quello della scrittura e del fallimento. Autrice di libri poco fortunati, Olga incarna la fatica del riconoscimento, il desiderio di essere letti, ascoltati, compresi. Il suo incontro con Martina, inizialmente
casuale, si trasforma in un legame che suggerisce una possibilità di apertura, di scambio, di reciproca salvezza.
E poi c’è Leonardo, l’idraulico del piano di sopra, figura apparentemente marginale ma emotivamente centrale. Depresso, immobile, quasi sospeso, Leonardo è oggetto di un amore silenzioso da parte di Martina. Un amore che nasce senza contatto, senza dialogo, ma che proprio per questo rivela tutta la sua natura proiettiva, immaginata, fragile.
In questo intreccio di vite, Spagnulo costruisce un affresco della solitudine contemporanea. Non una solitudine romantica, scelta, ma una chiusura spesso involontaria, alimentata dalla paura, dalla tecnologia, dalla disillusione. Il paradosso è evidente: mai come oggi siamo connessi, eppure mai così distanti.
Il romanzo affronta anche il tema delicato delle patologie psichiche con uno sguardo che evita sia la banalizzazione sia il pietismo. Ansia, depressione, crisi identitarie emergono come “mostri” dai nomi diversi ma dalla radice comune: la difficoltà di abitare se stessi. Spagnulo suggerisce un approccio complesso e realistico: la necessità di un aiuto esterno – psicoterapia, talvolta farmacologia – ma anche di una forza interna, una volontà capace di resistere, di trasformare.
Ed in questa tensione tra fragilità e resistenza, emerge una dimensione spirituale che attraversa sottilmente il romanzo. La fede non è proposta come soluzione facile, ma come possibilità radicale di affidamento, come aiuto estremo nei momenti più bui. Un’eco lontana di quella “notte oscura dell’anima” che la tradizione mistica ha già nominato, e che qui torna a interrogare l’uomo contemporaneo.
Nonostante le ombre, Vi guardo vivere non è un romanzo disperato. Al contrario, si configura come un percorso verso la luce. Le difficoltà individuali diventano occasione di incontro, le chiusure possono incrinarsi, le porte – letterali e simboliche – possono
aprirsi. Il messaggio è chiaro, ma mai retorico: conoscersi, anche solo tra vicini di casa, può essere il primo passo per salvarsi.
Lo stile di Spagnulo resta fedele alla sua cifra: limpido ma stratificato, poetico senza perdere concretezza. La sua esperienza nella poesia si avverte nella capacità di condensare emozioni complesse in immagini essenziali, mentre la formazione critica e saggistica emerge nella costruzione rigorosa dei personaggi e dei temi.
Con questo terzo romanzo, Ornella Spagnulo conferma un percorso letterario coerente e in crescita, capace di tenere insieme introspezione psicologica, tensione narrativa e riflessione sociale. Vi guardo vivere non è solo una storia: è uno specchio. E, forse,
anche un invito a distogliere lo sguardo dallo schermo per tornare a incrociare quello degli altri.
“Dentro lo schermo, fuori da sé”: intervista a Ornella Spagnulo sul suo nuovo romanzo
In occasione dell’uscita di Vi guardo vivere. Dentro lo schermo edito da Dialoghi (maggio 2026, 154 pagine, 16 euro), abbiamo incontrato Ornella Spagnulo per una conversazione intensa e senza filtri. Tra letteratura, psicologia e fede, emerge il ritratto di un’autrice che continua
a interrogare il nostro tempo con profondità e coraggio.

Il titolo del suo nuovo romanzo, Vi guardo vivere, è potente e quasi disturbante. Chi guarda? E chi viene guardato?
Guardano tutti, in realtà. Ma soprattutto guarda Martina, la protagonista. All’inizio del romanzo, guarda gli altri vivere mentre lei resta ferma. È una posizione che oggi riguarda moltissime persone: siamo spettatori costanti, osserviamo vite filtrate, montate, rese spettacolo. Il problema è quando questo sguardo sostituisce la vita reale, quando diventa rifugio e prigione insieme.
Martina è una figura profondamente contemporanea: isolata, fragile, ma iperconnessa. Quanto c’è di autobiografico in lei?
Martina ha qualcosa di me, di un periodo che ho attraversato e da cui, grazie a Dio e a quello che poi è diventato mio marito, sono uscita. Credo che ogni autore, di solito, anche quando inventa, parta sempre da qualcosa di vissuto o sentito. Martina incarna una fragilità che ho incontrato, dentro di me.
Rispetto ai suoi romanzi precedenti, qui c’è una struttura più corale. Quattro personaggi principali, quattro prospettive. Come è nata questa scelta?
È nata quasi naturalmente. Negli ultimi anni, mi sono aperta di più al mondo e il romanzo che ho scritto ne ha risentito. Martina è il centro, la protagonista, ma Teresa, Olga e Leonardo sono altrettanto necessari: rappresentano altre forme di solitudine, altri modi di affrontare il dolore e la vita.
Teresa, la psicoterapeuta, è un personaggio particolarmente interessante: aiuta gli altri ma è piena di contraddizioni. È una critica al mondo della psicologia?
Sì, vuole essere una critica. Sono stata in terapia diversi anni, e mi è capitato di ricevere consigli distruttivi da parte di alcuni “professionisti della mente”. Per esempio, quando mi parlavano male dei miei genitori e mi spingevano in maniera più o meno
dichiarata ad allontanarmi da loro. Questo fa male a se stessi, agli altri, all’anima. Ho voluto, con il personaggio di Teresa, far emergere una mia idea personale, e cioè che la fede cristiana possa essere più utile a uscire dal buio dei problemi psichici rispetto a tanti manuali di psicologia.
Nel romanzo affronta il tema delle patologie psichiche con grande delicatezza. Qual è il messaggio che vuole lasciare ai lettori?
Che non bisogna arrendersi. Mai. I disturbi esistono, vanno riconosciuti e curati, ma non definiscono completamente una persona. Serve un aiuto esterno, certo, ma anche una forza interna, una spiccata volontà. E poi, come ho detto poco fa, credo molto nel valore della fede, che può essere un sostegno enorme nei momenti più difficili e può veramente trasformare la vita di una persona.
La fede, infatti, attraversa il romanzo in modo sottile ma significativo. È una dimensione sempre più centrale nella sua scrittura?
Sì, direi di sì. Anche nella poesia: penso alle mie ultime raccolte, Consigli dal cuore e Incontrai la gioia, finalmente. La prima è una raccolta di poesie cristiane, sono come consigli che do agli altri, ma anche a me stessa. La seconda descrive soprattutto la vita famigliare e di coppia.
C’è anche una riflessione molto forte sulla tecnologia, sui reality, sull’intelligenza artificiale. È una visione critica o semplicemente osservativa?
Direi entrambe. Non demonizzo la tecnologia, pensiamo a un santo che è vissuto nei nostri giorni, San Carlo Acutis e a quello che ha realizzato con la sua mostra sui miracoli eucaristici online e con altri siti che ha creato. Però mi interessa mostrare i rischi: la dipendenza, l’alienazione, la sostituzione del reale con il virtuale. Martina è un esempio estremo, ma non così lontano da certe realtà.
Nonostante i temi difficili, il romanzo lascia una sensazione di speranza. È stata una scelta consapevole?
Assolutamente sì. Credo molto nel messaggio fornito dai testi perché chi legge può identificarsi e trovare speranza o disperazione: io sono per la speranza. Credo che la letteratura possa – anzi, debba – offrire una via d’uscita, uno spiraglio, una direzione.
Guardando al suo percorso, dalla poesia alle opere narrative, che tipo di evoluzione sente di aver compiuto?
La poesia resta la mia radice, il mio primo linguaggio, quello più istintivo. Però la narrativa mi permette di ampliare lo sguardo, di costruire mondi, relazioni, dinamiche più complesse, di incontrare gli altri.
Dopo Maddalena bipolare, Negativi di una relazione e ora Vi guardo vivere, cosa rappresenta per lei questo terzo romanzo?
Sono molto legata a Maddalena bipolare, anche per i riscontri che ha ricevuto. Ma sono contenta di avere “ampliato lo sguardo” con questo ultimo romanzo, meno ombelicale dei precedenti. È un libro più maturo, più aperto, più corale.
Ultima domanda: se dovesse descrivere “Vi guardo vivere” con un’immagine, quale sceglierebbe?
Sceglierei qualcosa di simile alla copertina: una ragazza buttata su un divano, un gatto, una tv accesa e una finestra da cui entra un potente raggio di luce.
C’è un momento, tra una pagina e l’altra, in cui il silenzio cambia suono.
Non è più vuoto: è attesa. È riconoscimento. È quella sottile vertigine che si prova quando ci si accorge che qualcuno, da qualche parte, ha saputo raccontarci senza conoscerci.
‘Vi guardo vivere. Dentro lo schermo’ è proprio questo: uno specchio acceso nella penombra delle nostre stanze, una voce che attraversa il vetro degli schermi e ci chiama per nome. Non per giudicarci, ma per invitarci a uscire, a sentire, a rischiare di nuovo la vita vera — imperfetta, fragile, ma irripetibile.
Aprire questo libro significa accettare un incontro. Con Martina, con Teresa, con Olga, con Leonardo. Ma soprattutto con quella parte di noi che osserva da lontano e che, forse, aspetta solo un gesto per tornare a vivere davvero.
Comprarlo non è solo scegliere una storia. È scegliere di lasciarsi toccare.
Leggerlo non è solo seguire delle pagine. È attraversarle, con il cuore aperto, fino a ritrovarsi — diversi, più consapevoli, forse un po’ più vivi.
E allora entrate. C’è una luce accesa, dentro questo libro. E, pagina dopo pagina, potrebbe diventare anche la vostra storia.






