Il valore della parola, il tempo dell’ascolto: a Milano il riconoscimento a Ilaria Solazzo
di Alessandro Cerreoni
Ci sono luoghi in cui le parole non vengono soltanto pronunciate, ma sembrano depositarsi, come tracce, nella memoria di chi le attraversa. Via Montenapoleone 8, nel cuore di Milano, è uno di questi. Non solo per ciò che rappresenta, ma per ciò che accade quando la forma incontra la sostanza, quando un gesto pubblico diventa, silenziosamente, una dichiarazione di intenti.
Il 16 aprile 2026, nella sede de Il Popolano, si è tenuta una cerimonia che, nella sua apparente semplicità, ha restituito centralità a un’idea esigente di giornalismo. Non un rito autoreferenziale, ma un momento di riconoscimento che ha saputo guardare oltre la superficie.
In questa cornice, l’editore Cav. Carlo Costantini ha conferito ad Ilaria Solazzo il titolo di “Giornalista dell’Anno 2026”, accompagnato da una Targa al Merito. Un atto che non si limita a premiare un percorso, ma che, implicitamente, ne indica il senso: quello di un lavoro costruito nel tempo, lontano dalle accelerazioni facili, vicino invece a una pratica quotidiana fatta di attenzione, misura e responsabilità.
Le motivazioni ufficiali parlano di professionalità, competenza, passione. Parole necessarie, ma che acquistano spessore solo quando trovano riscontro nella realtà dei fatti. E in questo caso rimandano a una figura capace di tenere insieme elementi spesso disgiunti: il rigore del metodo e la delicatezza dello sguardo, la precisione dell’analisi e la capacità di ascoltare senza sovrapporsi.
Milano, in tutto questo, non è semplice scenario. È presenza attiva. È una città che osserva e, in qualche modo, restituisce uno sguardo. Qui il riconoscimento assume un peso diverso, perché si misura con una tradizione che non concede scorciatoie, che chiede coerenza prima ancora che visibilità.
Il riconoscimento come passaggio, non come approdo
Da tempo ‘Il Popolano’ ha scelto di dare continuità a un gesto preciso: individuare, anno dopo anno, una figura che incarni una certa idea di giornalismo. Non si tratta di stilare classifiche, ma di suggerire direzioni.
In questo senso, il riconoscimento non chiude, ma apre. Non certifica un punto di arrivo, ma illumina un tratto di strada. È un passaggio, non un approdo.
Una voce che resta in movimento
Nelle parole di Ilaria Solazzo, raccolte a margine della cerimonia, si coglie immediatamente una qualità rara: la capacità di sottrarre enfasi senza togliere significato.
Il premio viene accolto con emozione, ma anche con una lucidità che lo riporta nella sua dimensione più autentica: quella di una tappa. Non un traguardo definitivo, ma una soglia da attraversare con la consapevolezza che il percorso continua.
Quando il discorso si sposta sull’etica, il tono non cambia, ma si approfondisce. In un tempo attraversato da una sovrabbondanza di informazioni, spesso rapide e fragili, il richiamo ai principi di verità, correttezza e responsabilità non appare come una formula, ma come una necessità concreta. Una scelta quotidiana, più che una dichiarazione.
Accanto a questo, emerge con forza un’altra idea: quella del giornalismo come apprendimento continuo. Non esiste, in questa visione, un sapere acquisito una volta per tutte. Esiste, piuttosto, una disposizione a rimettersi in discussione, a osservare, a riconoscere negli altri – soprattutto nei più esperti – una possibilità di crescita.
La convivenza tra attività giornalistica e scrittura creativa si inserisce in questo equilibrio. Da un lato il metodo, dall’altro la profondità emotiva. Non due binari paralleli, ma un unico percorso che si arricchisce proprio grazie a questa doppia tensione.
Milano ritorna, inevitabilmente, anche qui. Non come sfondo, ma come misura. Ricevere un riconoscimento in questa città significa accettare un confronto implicito, continuo, con standard che non permettono distrazioni.
E poi il cinema. Non come semplice passione, ma come linguaggio. Come spazio in cui le storie prendono forma e, allo stesso tempo, si interrogano. Anche in questo ambito, torna la stessa attitudine: guardare, studiare, apprendere da chi ha uno sguardo più profondo.
La dedica del premio ad Angelo Longoni e alla regista e attrice Eleonora Ivone introduce una dimensione ulteriore, forse la più silenziosa e, proprio per questo, la più significativa: quella della memoria. Un riconoscimento che non resta chiuso nel presente, ma si apre a una continuità affettiva e culturale.
Raccontare significa riconoscere l’altro
Quando il discorso si allarga ai valori umani, le parole si fanno essenziali: empatia, rispetto, ascolto. Non slogan, ma condizioni necessarie.
In un contesto in cui il rischio di autoreferenzialità è sempre presente, riportare al centro l’altro diventa un gesto quasi radicale. Raccontare non è mai un atto neutro: implica una scelta di sguardo, una responsabilità. Significa decidere cosa mostrare e, soprattutto, come farlo.
Il giornalismo, in questa prospettiva, può ancora essere uno spazio di profondità, a patto che accetti di sottrarsi alla fretta. Che rinunci alla semplificazione eccessiva per restituire, invece, la complessità delle storie.
In questo orizzonte si inserisce il riferimento a Raffaella Carrà, evocata non per nostalgia, ma come esempio di uno stile capace di unire eleganza e autenticità. Le sue interviste erano incontri reali, momenti in cui l’ospite veniva accolto e restituito nella sua interezza. Recuperare quello spirito significherebbe restituire dignità a un tempo del racconto che oggi sembra spesso compresso.
Nel profilo che emerge, vi è una qualità che attraversa tutto il percorso: l’umiltà. Non come gesto formale, ma come postura reale. La consapevolezza di non essere mai “arrivati”, ma sempre in cammino.
Accanto a questa, la discrezione. In un tempo che spinge verso l’esposizione continua, scegliere la misura diventa una forma di rigore. Mettere al centro il contenuto, non chi lo produce.
Il riconoscimento ricevuto si colloca, allora, dentro questa traiettoria. Non come punto finale, ma come segno visibile di un percorso costruito giorno dopo giorno, nella fedeltà a un’idea di giornalismo che non rinuncia alla propria responsabilità.
Perché, in fondo, raccontare non significa soltanto informare. Significa assumersi il compito – delicato e necessario – di dare forma al reale, senza tradirlo.
E forse è proprio qui, in questa tensione tra parola e verità, che si misura il valore più autentico di un percorso.

Conversazione con Ilaria Solazzo: il giornalismo come arte dell’ascolto e responsabilità del racconto
Ilaria Solazzo, il riconoscimento ricevuto a Milano rappresenta un momento significativo. Come lo hai vissuto interiormente?
«Con un’emozione autentica, ma anche con una certa consapevolezza. I riconoscimenti, se vissuti nel modo giusto, non segnano mai un punto di arrivo. Sono piuttosto occasioni per fermarsi un istante e interrogarsi sul senso del proprio percorso. Questo premio lo sento come una tappa, non come una conclusione. E sono felicissima che il mio piccolo impegno quotidiano mi porti ad essere apprezzata da tanti validi professionisti italiani.»
Nel tuo percorso emerge una costante attenzione alla qualità del racconto. Cosa significa, oggi, fare giornalismo con profondità?
«Significa, prima di tutto, non avere fretta. Viviamo in un tempo in cui tutto tende alla velocità, ma la comprensione richiede tempo. Fare giornalismo con profondità vuol dire accettare la complessità, verificare, ascoltare davvero. Significa anche avere il coraggio di non semplificare ciò che non può essere semplificato.»
Il tuo lavoro sembra muoversi tra rigore e sensibilità. È una scelta consapevole?
«Direi che è una necessità. Il rigore è indispensabile per rispettare i fatti, la sensibilità è ciò che permette di raccontarli senza tradirli. Senza rigore si rischia l’approssimazione, senza sensibilità si perde l’essenza umana delle storie. Il giornalismo, per me, vive proprio in questo equilibrio.»
Sei è anche autrice. In che modo la scrittura narrativa influenza il tuo modo di fare informazione?
«Mi aiuta a cogliere le sfumature. Il giornalismo mi ha insegnato la disciplina, la scrittura narrativa mi ha insegnato ad ascoltare i silenzi, a leggere tra le righe. Credo che entrambe le dimensioni contribuiscano a costruire uno sguardo più attento e completo.»
Milano è stata il luogo di questo riconoscimento. Che rapporto hai con questa città?
«Milano è una città che non concede molto spazio all’improvvisazione. È esigente, ma proprio per questo formativa. Ricevere qui un premio significa confrontarsi con una tradizione importante e con uno sguardo critico che, in fondo, aiuta a crescere.»
Nel tuo lavoro, quanto conta la dimensione dell’ascolto?
«È centrale. Spesso si pensa che il giornalismo sia fatto di domande, ma in realtà è fatto soprattutto di ascolto. Un ascolto autentico, non superficiale. È lì che nascono le storie vere.»
C’è una figura che ha influenzato il tuo modo di condurre le interviste?
«Sì, da sempre mi ispiro all’indimenticabile Raffaella Carrà, verso la quale nutro un affetto profondo. Lei era unica. Ricordo perfettamente quando accoglieva nel suo salotto personalità come Madre Teresa di Calcutta, Giulio Andreotti, Carlo Verdone… solo per citarne alcuni. In quei momenti si percepiva chiaramente che l’intervista poteva diventare qualcosa di più di un semplice scambio: un incontro umano, fatto di rispetto, eleganza e capacità di mettere l’altro al centro. È una lezione che porto con me ogni giorno.»
C’è un’intervista che non hai ancora realizzato ma che sogni di fare?
«Più che una persona in particolare, mi interessa incontrare storie autentiche. Quelle meno visibili, meno raccontate. Credo che il vero valore del giornalismo sia anche quello di dare voce a chi spesso non ne ha.»
Parli spesso di etica. Quanto è difficile, oggi, restare fedeli a questo principio?
«È una sfida quotidiana. L’etica non è qualcosa di astratto, è fatta di scelte concrete, a volte anche difficili. Significa prendersi il tempo di verificare, rinunciare alla scorciatoia, assumersi la responsabilità di ciò che si scrive. Ma è anche ciò che dà senso a questo lavoro.»
Che ruolo ha la cultura nel tuo percorso?
«Fondamentale. La cultura è ciò che permette di leggere la realtà con maggiore profondità. Non è un elemento accessorio, ma uno strumento essenziale per comprendere e raccontare.»
C’è una passione che accompagna la tua quotidianità?
«Il cinema. È un linguaggio che mi ha insegnato molto, soprattutto nella capacità di osservare. Un film, se guardato con attenzione, è una lezione continua sul racconto.»
A chi dedichi questo riconoscimento?
«Lo dedico ad Angelo Longoni, scomparso il 19 aprile 2025, con stima, profondo affetto e rispetto. È stato un artista poliedrico e una figura di grande valore umano, capace di dare moltissimo all’Italia, non solo nel cinema, ma anche a teatro e nell’ambito della cultura a trecentosessanta gradi. La sua sensibilità, la sua visione e la sua umanità restano per me un punto di riferimento importante.
Lo dedico anche a Eleonora Ivone, per il legame umano autentico che ci unisce e per la forza e la qualità del suo percorso.»
Guardando al futuro, quale direzione senti più vicina al tuo modo di essere?
Quella della coerenza. Non penso mai in termini di arrivo, ma di percorso. Mi interessa continuare a imparare, a osservare, a mettermi in discussione. Credo che la vera crescita stia proprio in questa disponibilità a non sentirsi mai completamente “arrivati”.»

A nome dell’intera redazione, desidero esprimere a Ilaria Solazzo le più vive congratulazioni per il riconoscimento ricevuto, che rappresenta non solo un traguardo personale, ma anche un segnale significativo per il giornalismo che crede nella qualità, nella serietà e nella responsabilità del racconto.Il suo percorso, costruito con impegno quotidiano, rigore e sensibilità, testimonia come sia ancora possibile coniugare passione e professionalità in un ambito tanto complesso quanto fondamentale per la società contemporanea.
Alla Solazzo va il nostro augurio più sincero: che questo importante risultato possa essere soltanto una delle molte tappe di un cammino ricco di ulteriori e sempre più importanti successi, personali e professionali.






