di Ilaria Solazzo

C’è un momento preciso nella vita in cui la leggerezza lascia spazio alla responsabilità, in cui il futuro smette di essere un’idea vaga e diventa una scelta concreta. L’estate della formica, il nuovo romanzo di Paolo Proietti Mancini, nasce esattamente lì: nel punto di passaggio tra ciò che si è stati e ciò che si è chiamati a diventare.

Pubblicato il 24 dicembre 2025 da Di Leandro e Partners (204 pagine, 19 euro), il libro è il seguito ideale de L’estate della farfalla, ma possiede una forza narrativa autonoma che lo rende accessibile e coinvolgente anche per chi si avvicina per la prima volta alla storia del suo protagonista, Paolo, alter ego letterario dell’autore.

Chi è lo scrittore…
Paolo Proietti Mancini, romano, classe 1959, è un figlio del boom economico. Laureato in Ingegneria Nucleare nel 1984, ha attraversato
da protagonista il mondo del lavoro italiano degli ultimi quarant’anni, entrando nel settore informatico negli anni della sua massima espansione. Dopo una prima esperienza come programmatore Cobol, ha trovato la sua vera vocazione nella formazione, ambito nel quale ha lavorato per quasi 35 anni, progettando corsi, metodologie didattiche e percorsi di apprendimento innovativi, fino al pensionamento nel 2022.
Nonostante una vita professionale intensa, Proietti Mancini non aveva mai scritto narrativa. È stato proprio lo studio e l’uso dello storytelling come strumento di apprendimento, unito al tempo ritrovato e a una profonda riflessione sulle proprie emozioni e su quelle delle persone a lui vicine, a spingerlo verso la scrittura. Il risultato è una narrativa autentica, vissuta, che non cerca artifici ma verità emotiva.

Di cosa parla il libro…
L’estate della formica è un romanzo di formazione ambientato a Roma, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, sullo sfondo di un’Italia che cambia pelle: dagli anni inquieti evocati dai “Giorni del Condor” fino all’euforia collettiva dei Mondiali del 1982.
Paolo è uno studente di Ingegneria, alle prese con sveglie all’alba, esami di Fisica e Chimica che sembrano insormontabili e una paura costante di non essere all’altezza. Ma fuori dalle aule universitarie c’è un’altra vita che reclama spazio: i sabati pomeriggi (le notti romane) all’Executive, la musica di Battisti,
Pink Floyd, Police, Baglioni, le amicizie goliardiche, gli amori che segnano — quello travolgente per Viviana, quello più tenero
e profondo per Giuliana — e il dolore improvviso delle perdite che arrivano troppo presto.
Il nodo centrale del romanzo è racchiuso in una domanda tanto semplice quanto universale: meglio essere formica o cicala? Quanto sacrificio serve per costruire un futuro e quanta leggerezza è necessaria per non smarrire la felicità?

Un libro che è anche una macchina del tempo
La forza del romanzo sta nella sua capacità di parlare a generazioni diverse. Chi ha vissuto quegli anni ritroverà un’Italia fatta
di suoni, luoghi e atmosfere ormai scomparse; chi non c’era scoprirà un affresco vivido e sorprendentemente attuale. Ogni capitolo è accompagnato idealmente da
un brano musicale dell’epoca, trasformando la lettura in un’esperienza sensoriale completa.
Per i nuovi lettori, L’estate della formica è una storia intensa e compiuta, capace di far innamorare del protagonista “PPM” e della sua lotta interiore. Un romanzo che parla di tutti noi.
Con una scrittura sincera, priva di filtri, Paolo Proietti Mancini racconta l’ansia degli esami, la forza delle amicizie vere, i baci che sembrano eterni e le lacrime che fanno crescere. L’estate della formica non è solo un romanzo: è un ritorno a quando tutto sembrava possibile e il futuro era ancora un foglio bianco.
Un libro che commuove, fa sorridere e invita a una riflessione profonda sul prezzo delle scelte. E che, una volta chiuso, lascia il desiderio di tornare indietro, magari per rileggere anche il primo capitolo di questa storia.

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Intervista a Paolo Proietti Mancini, autore de “L’estate della formica”

Ingegnere, formatore, e ora romanziere. Signor Proietti Mancini, come nasce “L’estate della formica” e cosa rappresenta per Lei questo libro?
Nasce da un tempo finalmente lento. Dopo una vita lavorativa molto intensa, mi sono ritrovato con lo spazio necessario per ascoltare le mie emozioni e rimettere ordine nei ricordi. L’estate della formica rappresenta per me il momento della maturità, non solo del protagonista, ma anche mio come autore: è il racconto di quando la vita smette di promettere e inizia a chiedere.

Il romanzo è il seguito de “L’estate della farfalla”, ma può essere letto anche autonomamente. Come ha lavorato su questo equilibrio?
Volevo che fosse un libro accogliente per tutti. Chi ha letto il primo ritrova personaggi e atmosfere familiari, ma chi arriva per la prima volta deve potersi sentire subito a casa. La storia è autonoma perché il passaggio all’età adulta è universale: tutti, prima o poi, si trovano davanti a scelte che cambiano il corso della vita.

Il dilemma tra “formica” e “cicala” attraversa tutto il romanzo. È una domanda ancora attuale?
Assolutamente sì. Cambiano i contesti, ma non il conflitto. Quanto dobbiamo sacrificare per costruire un futuro solido? E quanto, invece, dobbiamo concederci per restare vivi? Paolo, il protagonista, si muove proprio su questa linea sottile, che credo appartenga a ogni generazione.

Roma e l’Italia tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta sono quasi personaggi del libro. Che ruolo hanno nella narrazione?
Un ruolo fondamentale. Roma è la cornice emotiva della storia, mentre l’Italia di quegli anni è lo specchio di un cambiamento profondo: dalle paure collettive all’euforia per i Mondiali dell’82 o per Azzurra all’American’s Cup dell’83. Raccontare quel periodo significa raccontare un Paese che cresce, sbaglia, sogna, proprio come il protagonista.

La musica è molto presente, con una vera e propria playlist letteraria. Perché questa scelta?
Perché la musica è memoria pura. Un brano può riportarti esattamente in un luogo, in un momento, con una precisione incredibile. Ho voluto che il lettore non solo leggesse la storia, ma la ascoltasse, la sentisse addosso, come accade con i ricordi più intensi.

Dopo una vita dedicata alla formazione e allo storytelling applicato al lavoro, cosa Le ha insegnato la scrittura di un romanzo?
Mi ha insegnato che raccontare storie è un atto di verità. Nella formazione usavo lo storytelling per far comprendere concetti; qui l’ho usato per comprendere me stesso. Scrivere questo libro è stato un modo per fare pace con il passato e, allo stesso tempo, per consegnarlo agli altri. Se anche un solo lettore si riconoscerà in queste pagine, allora ne sarà valsa la pena.

C’è un’estate che non finisce mai davvero. Non è scritta sul calendario, non dipende dal meteo, non ha una data precisa. È l’estate in cui smettiamo di aspettare che qualcuno ci dica chi dobbiamo essere e iniziamo, con timore e coraggio insieme, a scoprirlo da soli. L’estate della formica parla esattamente di questo: del momento in cui la vita smette di fare sconti, ma in cambio offre profondità.

Aprire questo libro significa varcare una soglia. Significa tornare a Roma quando le notti profumavano di promesse, quando la musica
non era sottofondo ma bussola, quando un esame, un amore o una perdita potevano cambiare tutto. È un viaggio che non chiede nostalgia, ma attenzione; non chiede rimpianto, ma riconoscimento. Perché in Paolo, in PPM, c’è un frammento di ognuno di noi: lo studente che ha avuto paura, l’amante che ha creduto nell’eterno, l’adulto che ha imparato che crescere non è rinunciare, ma scegliere.

Questo non è un libro da divorare in fretta. È un libro da abitare. Da leggere con una canzone in sottofondo e una sera davanti.
Da chiudere ogni tanto, per guardarsi dentro, e poi riaprire, perché quella voce familiare ci chiama ancora. È una macchina del tempo che non riporta indietro per fuggire, ma per capire. Per ricordarci chi siamo stati, e forse chi siamo ancora.

Se sente che qualcosa le manca, ma non sa darle un nome, questo libro potrebbe trovarlo per lei. Se ha vissuto quegli anni, li ritroverà intatti. Se non c’era, li scoprirà veri. E quando arriverà all’ultima pagina, capirà che la domanda non è mai stata “formica o cicala”, ma quanta vita siamo disposti a concederci mentre costruiamo il nostro domani.

L’estate della formica non promette risposte facili. Promette compagnia. Promette emozioni oneste. Promette quella sensazione rara di sentirsi visti. E forse, una volta chiuso il libro, Le verrà voglia di fare un regalo a se stesso: tornare a quando tutto era possibile, e scoprire che, in fondo, lo è ancora.

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