di Alexandra Colasanti
“Sono le quattro del mattino, credo di aver ingerito una pasticca di Tavor, la pelle unta , il naso colante, i brividi di freddo e quella sensazione di bocca impastata, tre agenti mi guardano, è uno di quei sogni che faccio dopo essermi tirato per l’aria, no, è la realtà!
Tre agenti in borghese dritti davanti a me, mi annunciano che ho un mandato di arresto, devo seguirli, socchiudo gli occhi, vedo offuscato, vedo e guardo i miei famigliari, è vero, solo loro e devo ritornare lì dentro. Stavolta non ho scampo e qualcuno di loro li ha fatti entrare, traditori, fetenti e bastardi.
Le manette stringono, testa in avanti e le braccia dietro, seduto con la fronte sul sedile anteriore, penso dove mi porteranno, mi gira la testa, i pensieri mi assalgono, ma non riesco ad essere lucido, sono fatto”.
Questa è la storia di un detenuto come tanti, di quelli che ogni anno vengono portati in Carcere perchè colpevoli di un reato, alcuni di loro sanno già a cosa vanno incontro, perchè recitivi, altri sapevano che prima o poi ci sarebbero finiti, altri ignari , solcano l’ingresso del carcere senza avere la minima idea di cosa li attenda.
Un Istituto che oltre a far scontare la pena dovrebbe servire anche come mezzo di reinserimento alla vita normale.
Mezzo per comprendere gli errori , pagarli e cercare di diventare un uomo o una donna migliore.
“Sono dentro, l’ossigeno dove è, il naso ora lo sento, l’odore è acre, non comprendo in quale sezione mi trovo, non voglio tornare al G11, non ci sto capendo nulla, mi stringono il braccio per farmi camminare più veloce. Scherzo con ste merde, le solite battutine ad effetto, sti dannati, non voglio andare al blocco G11, non voglio sentire la puzza, le urla, il cibo avariato, ho paura”.
Il transito. “Ci risiamo siamo tutti qui , africani, sudamericani, italiani, malati, sani, tossici , assassini, stupratori, incensurati, ergastolani, siamo diversi, siamo colpevoli , siamo assetati, chi in astinenza, siamo pericolosi, siamo in gabbia ed in gabbia tutto diventa più violento. Dove mi porteranno?”.
Il transito: è come camminare nella savana a piedi scalzi, solo.
Fa caldo è luglio, detenuti aspettano di sapere dove saranno smistati perchè non è nuovo il dato che in Italia non ci sono più posti nelle carceri , affollamento di oltre 150% , posti disponibili non oltre 46.000 eppure quelli regolamentati sono ben oltre i 60000 e quelli non disponibili secondo le schede di trasparenza degli istituti penitenziari italiani sono 4620.
“Iniziano le prime litigate, due di colore sfottono altri due, probabilmente sono di etnia diversa, non c’è nessuno , nessuno che venga a fermarli, cazzotti, sfottò , aiuti, ecco forse qualcuno arriva: manganello , aggressione e tutto tace, sangue scorre, fa caldo , fa tanto caldo, loro piegati a terra feriti, io non potrò mai dire nulla, non potrò dire nulla di quello che vedo , tantomeno di quello che faranno a me, l’isolamento è come la notte nella Savana quando sei circondato dal nulla, aspetto“.
La carenza di personale è maggiore del 20%, dati alla mano aggiornati al 7 settembre 2025, gli istituti sono sotto organico.
Regina Coeli. La Savana. Tanti extracomunitari vengono detenuti presso questa struttura. Oggi a fronte di 628 posti sono 1092 i detenuti.
Tante zone inagibili e questo numero è stato diminuito, ma la situazione rimane critica.
Rebibbia. Uno dei più grandi per capienza, quattro complessi tre maschili uno femminile, ma il G11 è come essere accerchiati dalle Iene, soli nella Savana a piedi nudi.
“Fa caldo, non voglio finire con un transessuale, qui c’è la legge della savana, ed io sto entrando a piedi scalzi, e non posso salvarmi solo, il nonnismo, le regole , i gruppi, ho paura”.
“La cella, il materasso, i compagni di cella mi guardano non so chi siano , dovrò difendermi anche da loro per essere accettato. Sono più grandi. Perchè ci sono finito qui? Ho sbagliato, ma fuori potevo difendermi , qui no.
Mi hanno lasciato nella Savana , ho paura, ma perlomeno nella cella mi sento sicuro”.
“Andare al bagno, l’ora d’aria, siamo tutti insieme transessuali, omosessuali, assassini, stupratori, siamo tutti qui; fuori delinquo, fuori spaccio, ma non vado alla gogna , così è mandare alla gogna, questa volta non ce la farò”.
“ E’ mattina: entrano manganelli sul ferro, ste merde, sono sempre loro c’erano anche due anni fa , stessa faccia di merda da corrotti, non resisto, mi manca l’aria soffoco”.
“Perchè sono di nuovo dentro? Ci sono finito perchè dopo dieci colloqui in cui mi hanno rimandato al mittente per la mia fedina penale macchiata e nessuno si prendeva la responsabilità di assumermi , ci sono ricaduto , il giro è quello , la famiglia devo mantenerla io, mia moglie , il figlio, i soldi li porto io e così è accaduto, ho spacciato, non è successo nulla , l’ho rifatto tutti felici a casa ed io ho ricominciato e anche a tirarla”.
Queste parole sono di un detenuto che non c’è più, da molti anni oramai, ma la situazione nelle carceri Italiane non sta cambiando, non si comunicano tutti i dati: da gennaio fra morti per suicidio e non il numero supera i 60 , il tema è che cresce il numero dei decessi per cause da accertare, la situazione è fuori controllo, il personale manca ed il sovraffollamento e la convivenza di diverse etnie sta rendendo tutto decisamente irrecuperabile.
Non sono bastate le rivolte, non sono bastate le lettere scritte da alcuni detenuti, non bastano i fondi stanziati per la riqualificazione delle carceri, servono attività , serve ridare fiducia, reiserimento alla vita quotidiana.
“Urlo, vedo Mamma, lei non c’è io sono qui solo, fa freddo , urlano, puzza, ho sempre paura ,voglio morire, aiutami, non resisterò qui dentro , ti amo, scusa”.